Top 10 dei peggiori errori di Comunicazione Aziendale

Fare marketing in un mercato internazionale implica una serie di accortezze che non possono essere trascurate dalle aziende. Infatti, quando queste si apprestano ad entrare nel mercato di un nuovo Paese non sempre tengono in considerazione che quel Paese avrà, molto probabilmente, una cultura completamente diversa da quella a cui loro sono abituate.

Introdurre un nuovo prodotto nel mercato globale commettendo errori culturali e/o di traduzione della Comunicazione Aziendale può diventare fatale per la reputazione di un Brand. Ciò è indice del fatto che:

  • è stata svolta un’analisi incompleta – per non dire inesistente – della cultura del Paese a cui ci si vuole rivolgere;
  • i messaggi pubblicitari sono stati tradotti parola per parola, senza preoccuparsi di conoscere eventuali espressioni linguistiche “nascoste” nel testo della lingua di origine (cioè quella parlata nel Paese in cui l’azienda è situata) prima di tradurlo nella lingua di destinazione (parlata nel Paese in cui l’azienda vuole vendere i propri prodotti).

Ecco la Top 10 mondiale dei peggiori errori culturali e di traduzione nella storia della Comunicazione Aziendale

10) Mazda:

Nel 1999 la nota casa automobilistica giapponese introdusse nel mercato mondiale il SUV “Mazda Laputa” non considerando che nei Paesi hispanohablantes (cioè quelli in cui si parla spagnolo) “puta” è un termine volgare che in italiano equivale a “putt…” be’, insomma, avete capito e non saremo di certo noi a fare una caduta di stile solo per raccontare quella degli altri! 😉

mazda laputaLa realtà è che, per dare un nome al nuovo prodotto, i giapponesi si erano ispirati all’isola volante di Laputa: un luogo immaginario descritto nel romanzo I viaggi di Gulliver di J. Swift. Tuttavia, come potete immaginare, all’epoca non mancarono commenti sarcastici che tutt’oggi Mazda si trascina dietro (nonostante il fatto che ha tolto Laputa dal commercio già dal 2006).

Ecco la traduzione di una delle tante parodie:

In un pranzo in famiglia
La zia: “Bene! Ci siamo tutti, possiamo iniziare”.
Il padre: “No. Manca mio figlio, che viene con la put…

9) Ikea:

A Bangkok la multinazionale svedese Ikea ha dovuto assumere delle persone del posto affinché cambiassero alcune vocali e/o consonanti dei nomi di alcuni prodotti per evitare doppi sensi imbarazzanti. Infatti, i prodotti “Redalen” e “Jättebra” (rispettivamente un letto e un vaso per piante) venivano nominati dai Tailandesi con una pronuncia che richiamava troppo i termini “amplesso” e “sesso”.

8) Chevrolet:

Nel 1962 General Motors ha introdotto nel mercato mondiale “Chevrolet Nova”. Se in Italiano il termine “nova” porta con sé una connotazione positiva di “novità” in Spagna e Sud America non si può dire lo stesso: in spagnolo, infatti, “no va” significa “non va”. Dunque chi mai vorrebbe una macchina che non va!? Chevrolet fu costretta a rinominare l’auto “Caribe” ma lo fece solo ed esclusivamente per i mercati spagnoli.

7) Pepsi:

Negli anni ’50 Pepsi ha dichiarato di aver perso la sua quota dominante del mercato delle bevande in almeno un Paese del sud-est asiatico dopo aver cambiato il colore dei propri distributori di lattine dal blu all’azzurro. Perché? Semplice: quest’ultimo è il colore che viene associato alla morte in quella parte del Mondo! La perdita riscontrata da Pepsi si è convertita in un enorme guadagno per la Coca-Cola.

6) Colgate:

Colgate introdusse in Francia un nuovo dentifricio chiamato “Cue” non sapendo che questo era anche il nome di una famosa rivista pornografica francese.

5) Honda:

Nel 1982 la multinazionale giapponese introdusse nel mercato la nuova “Honda Fitta” per poi scoprire che in dialetto svedese, norvegese e danese “fitta” è un termine volgare usato per riferirsi all’organo genitale femminile. Honda cercò di rimediare al danno rinominando l’auto “Honda Jazz”.

4) Kentucky Fried Chicken (KFC):

Quando questa catena statunitense di fast food decise di tradurre il suo slogan originale “Finger Lickin’ Good” (che in italiano sarebbe “Buono da leccarsi le dita”) in Cinese Mandarino il risultato fu un vero disastro: lo slogan divenne interpretabile come “Strappati via le dita a morsi”.

3) Pepsi (ancora tu!?):

pepsiUn problema simile a quello precedente ha coinvolto anche Pepsi. Il suo slogan “Come alive! You’re in the Pepsi generation!” (in italiano: “Vivi! Fai parte della generazione di Pepsi!”) fu tradotto male in cinese e venne interpretato come “Pepsi riporterà in vita i tuoi antenati”.

In questo caso, tuttavia, la scorretta traduzione ha causato un grande problema a livello culturale: in Cina, infatti, si da moltissima importanza al culto degli antenati (拜祖, bàizǔ, o 敬祖, jìngzǔ) con lo scopo di onorare il ricordo delle loro nobili imprese e chiaramente lo slogan di Pepsi fu visto dal popolo cinese come un oltraggio ai propri valori.

2) Umbro:

Quando questo produttore britannico di abbigliamento sportivo ha presentato le sue nuove scarpe da ginnastica “Zyklon” non sapeva che questo era esattamente lo stesso nome del gas utilizzato dal regime nazista nei campi di concentramento e la ditta fu denunciata pubblicamente dalla comunitá ebraica di Londra.

L’uso del nome per le scarpe da parte della Umbro è stato «un oltraggioso ed improprio uso dell’Olocausto» ed «un insulto alle sue vittime ed ai sopravvissuti», ha dichiarato Shimon Samuels del Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles. Samuels ha scritto una lettera al direttore esecutivo della Umbro Peter McGuigan il quale ha subito disposto un’investigazione interna si è scusato pubblicamente per l’incidente.

– Corriere della Sera

1) Gerber:

gerberQuando Gerber ha iniziato a vendere alimenti per bambini in Africa ha usato lo stesso packaging che utilizzava negli Stati Uniti: un vasetto con un bel bambino caucasico disegnato sull’etichetta.

Più tardi la ditta scoprì che in Africa le aziende sono solite mettere le immagini degli ingredienti con cui è fatto il cibo sull’etichetta delle scatole a causa del basso tasso di alfabetizzazione che colpisce alcuni Stati africani. Molti consumatori africani dichiararono di aver provato disgusto nell’osservare l’imballaggio dei prodotti pensando che contenessero carne umana e Gerber registrò un inaspettato calo delle vendite.

 

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